Analisi
Cercasi Pd senza manette
Dopo le rituali dichiarazioni generiche di intenti di rinnovamento (nella continuità un po’ nostalgica per Pier Luigi Bersani, nel ripudio un po’ sprezzante di “quelli che c’erano prima” per Dario Franceschini) il congresso del Partito democratico si sta avvicinando al problema politico che deve risolvere, e che in sostanza consiste nella scelta tra un sistema di alleanze basato sul centro di Pier Ferdinando Casini o sulla reiterazione del legame terribilmente costoso con Antonio Di Pietro.
17 AGO 20

Dopo le rituali dichiarazioni generiche di intenti di rinnovamento (nella continuità un po’ nostalgica per Pier Luigi Bersani, nel ripudio un po’ sprezzante di “quelli che c’erano prima” per Dario Franceschini) il congresso del Partito democratico si sta avvicinando al problema politico che deve risolvere, e che in sostanza consiste nella scelta tra un sistema di alleanze basato sul centro di Pier Ferdinando Casini o sulla reiterazione del legame terribilmente costoso con Antonio Di Pietro. Quando Bersani parla delle tradizioni socialiste e cattolico popolari del partito, in modo nemmeno troppo subliminale, allude al ripristino di un sistema politico simile a quello precedente alla rivoluzione giustizialista tentata dalla procura di Milano agli inizi degli anni Novanta: della quale Di Pietro fu il protagonista e oggi è l’espressione politica. Allora il Pds, lo spezzone maggioritario uscito dalla scissione del Pci successiva alla caduta del muro di Berlino, vide nella rivoluzione giustizialista la scorciatoia per ritornare competitivo a causa della decapitazione degli avversari tradizionali. Mentre la sinistra democristiana, che dopo la stagione di Ciriaco De Mita era ridotta all’opposizione, vide la possibilità (forse anche con un gioco di sponda con Giulio Andreotti) di liquidare gli avversari interni. La sconfitta parallela di Achille Occhetto e di Mino Martinazzoli (nell’incredibile 1994 della nascita per partenogenesi di Forza Italia) fu invece la conseguenza concreta dell’illusione di utilizzare a fini interni di partito il giustizialismo trionfante nelle piazze, ma non nelle urne. La denuncia dei fenomeni di finanziamento illecito dei partiti assunta a simbolo del malgoverno ebbe l’effetto di provocare uno spostamento a destra dell’elettorato, favorito anche da comportamenti tutt’altro che garantisti delle formazioni antagonistiche di allora: dalla Lega che esaltava il cappio del boia, ad Alleanza nazionale che rinverdiva la polemica almirantaiana contro la partitocrazia, allo stesso Silvio Berlusconi che trattò l’immissione del famoso pm.
Il mancato accordo, probabilmente causato dalla convinzione di Di Pietro di poter diventare assai più di una pedina nel gioco politico diretto da altri, fu seguito dalla decisione della procura di Milano di perseguire il nuovo premier, arrivando a notificargli un avviso di garanzia a mezzo stampa (per un reato del quale, peraltro, è poi stato assolto). L’attacco ebbe comunque l’effetto politico di spaventare Umberto Bossi, che ritirò l’appoggio al governo e ottenne da Oscar Luigi Scalfaro la garanzia che le camere non sarebbero state sciolte immediatamente.
E’ da quel momento che Di Pietro diventa per il centrosinistra non solo il distruttore degli avversari ma un ingrediente di una nuova alleanza di governo, costruita sulla base della tecnocrazia di Romano Prodi e dalle manovre politiche di Massimo D’Alema, che pensava di poterlo usare come una specie di fusibile, da sostituire appena se ne fossero create le condizioni. Caduto Prodi, D’Alema ricostruì, con l’aiuto di clemente Mastella, un centrosinistra “dei partiti”, ma volle cautelarsi dal rischio di una rinascita del giustizialismo antipartitico recuperando Di Pietro (che si era dimesso da ministro per vicende giudiziarie) offrendogli il seggio superblindato del Mugello. Come al solito, i conti di D’Alema – che pensava di aver neutralizzato Prodi mandandolo in Europa e Di Pietro rendendolo debitore – risultarono ottimistici.
Prodi e Di Pietro ritornarono, mentre la stella di D’Alema declinava, anche grazie a una bella campagna di stile persecutorio messa in campo sulla questione Unipol, nella quale si era avventurato un po’ ingenuamente: senza tener conto delle inflessioni ormai dominanti nel circuito mediatico-giudiziario. E’ da questa serie di sconfitte dei tentativi di controllare l’alleato che nasce una specie di complesso di sudditanza del centrosinistra, nelle sue varie edizioni, al complesso mediatico-politico che ha in Di Pietro il punto di riferimento.
Le elezioni in Abruzzo (dove il candidato imposto da Di Pietro a un Pd sbandato non ha impedito la sconfitta) e quelle europee (nelle quali l’Italia dei valori ha eroso consensi consistenti ai democratici e all’estrema sinistra) sembrano aver fatto comprendere almeno a una parte del Pd che quell’alleato è una serpe in seno. La liberazione da Di Pietro, però, è un’impresa assai difficile da portare a termine. Il divorzio annunciato di Marco Travaglio dall’Unità non è stato consensuale, sembra piuttosto un tentativo di emancipare il dipietrismo dalle “pastoie” democratiche che il contrario. Però può darsi che sia proprio l’arrogante protagonismo di Di Pietro a dare ai democratici il coraggio della disperazione e a determinare il distacco. In fondo gli attacchi gratuiti e persistenti di Di Pietro a Giorgio Napolitano sembrano, e forse sono, fatti apposta per mettere alla prova la capacità di sopportazione dei democratici, per non parlare della sponsorizzazione della ridicola candidatura di Beppe Grillo a segretario del Pd.
Non si vede, in realtà, una strategia di emancipazione del Pd dal giustizialismo, ma si cominciano a misurare le distanze tra la reazione minimizzatrice della parte legata a Franceschini e un certo orgoglio di partito capace di una reazione irritata da parte di quella raccolta attorno a Bersani.
D’altra parte l’idea dell’efficacia dello sbandieramento della “questione morale” come asse per sconfiggere la maggioranza berlusconiana comincia, dopo quindici anni, a suscitare qualche dubbio. Anche il kombinat mediatico-giudiziario, specie da quando viene impiegato anche contro le amministrazioni di centrosinistra, comincia ad apparire un pericolo anche a coloro che fino a pochi mesi fa lo esaltavano come “controllo di legalità”. Il congresso democratico sarà un termometro per misurare quanto è scesa la febbre dipietrista, senza guarire dalla quale è difficile se non impossibile per il Pd esercitare in modo autonomo e convincente il ruolo di opposizione in grado di competere per la guida del paese.
Il mancato accordo, probabilmente causato dalla convinzione di Di Pietro di poter diventare assai più di una pedina nel gioco politico diretto da altri, fu seguito dalla decisione della procura di Milano di perseguire il nuovo premier, arrivando a notificargli un avviso di garanzia a mezzo stampa (per un reato del quale, peraltro, è poi stato assolto). L’attacco ebbe comunque l’effetto politico di spaventare Umberto Bossi, che ritirò l’appoggio al governo e ottenne da Oscar Luigi Scalfaro la garanzia che le camere non sarebbero state sciolte immediatamente.
E’ da quel momento che Di Pietro diventa per il centrosinistra non solo il distruttore degli avversari ma un ingrediente di una nuova alleanza di governo, costruita sulla base della tecnocrazia di Romano Prodi e dalle manovre politiche di Massimo D’Alema, che pensava di poterlo usare come una specie di fusibile, da sostituire appena se ne fossero create le condizioni. Caduto Prodi, D’Alema ricostruì, con l’aiuto di clemente Mastella, un centrosinistra “dei partiti”, ma volle cautelarsi dal rischio di una rinascita del giustizialismo antipartitico recuperando Di Pietro (che si era dimesso da ministro per vicende giudiziarie) offrendogli il seggio superblindato del Mugello. Come al solito, i conti di D’Alema – che pensava di aver neutralizzato Prodi mandandolo in Europa e Di Pietro rendendolo debitore – risultarono ottimistici.
Prodi e Di Pietro ritornarono, mentre la stella di D’Alema declinava, anche grazie a una bella campagna di stile persecutorio messa in campo sulla questione Unipol, nella quale si era avventurato un po’ ingenuamente: senza tener conto delle inflessioni ormai dominanti nel circuito mediatico-giudiziario. E’ da questa serie di sconfitte dei tentativi di controllare l’alleato che nasce una specie di complesso di sudditanza del centrosinistra, nelle sue varie edizioni, al complesso mediatico-politico che ha in Di Pietro il punto di riferimento.
Le elezioni in Abruzzo (dove il candidato imposto da Di Pietro a un Pd sbandato non ha impedito la sconfitta) e quelle europee (nelle quali l’Italia dei valori ha eroso consensi consistenti ai democratici e all’estrema sinistra) sembrano aver fatto comprendere almeno a una parte del Pd che quell’alleato è una serpe in seno. La liberazione da Di Pietro, però, è un’impresa assai difficile da portare a termine. Il divorzio annunciato di Marco Travaglio dall’Unità non è stato consensuale, sembra piuttosto un tentativo di emancipare il dipietrismo dalle “pastoie” democratiche che il contrario. Però può darsi che sia proprio l’arrogante protagonismo di Di Pietro a dare ai democratici il coraggio della disperazione e a determinare il distacco. In fondo gli attacchi gratuiti e persistenti di Di Pietro a Giorgio Napolitano sembrano, e forse sono, fatti apposta per mettere alla prova la capacità di sopportazione dei democratici, per non parlare della sponsorizzazione della ridicola candidatura di Beppe Grillo a segretario del Pd.
Non si vede, in realtà, una strategia di emancipazione del Pd dal giustizialismo, ma si cominciano a misurare le distanze tra la reazione minimizzatrice della parte legata a Franceschini e un certo orgoglio di partito capace di una reazione irritata da parte di quella raccolta attorno a Bersani.
D’altra parte l’idea dell’efficacia dello sbandieramento della “questione morale” come asse per sconfiggere la maggioranza berlusconiana comincia, dopo quindici anni, a suscitare qualche dubbio. Anche il kombinat mediatico-giudiziario, specie da quando viene impiegato anche contro le amministrazioni di centrosinistra, comincia ad apparire un pericolo anche a coloro che fino a pochi mesi fa lo esaltavano come “controllo di legalità”. Il congresso democratico sarà un termometro per misurare quanto è scesa la febbre dipietrista, senza guarire dalla quale è difficile se non impossibile per il Pd esercitare in modo autonomo e convincente il ruolo di opposizione in grado di competere per la guida del paese.